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LO INSACIABILE DESIDERIO NOSTRO
l'Hermatena di Bocchi e l'Amorosa Sapienza
Il collezionismo degli oggetti
Parafrasando una celebre lettera del 1506 in cui Isabella d'Este, indirizzandosi a uno dei sui mille corrispondenti,[1] confessava con orgoglio la sua brama collezionistica (Lo insaciabile desiderio nostro di cose antique, ebbe a dire. La frase, a partire dalle menzioni di Clifford Malcolm Brown, restò pluricitata),[2] anche quello di Achille Bocchi è un insaciabile desiderio. Non di "cose": naturalia, mirabilia, artificialia. Ma del Sapere Universale -ortodosso ed eterodosso- sostanziato dall’officina dell’antico.
Chi era Isabella (1474 – 1539), lo sappiamo tutti. Somma marchesana di Mantova, prima donna del mondo, somma collezionista, mecenate, reggitrice diplomatica, intimissima di sommi pittori intellettuali poeti e uomini di Stato tra i più ricchi e influenti del suo tempo.[3] E artista a sua volta, nell’arte del vivere con talento, nel gusto squisito delle Elegantiae della corte che si irradiavano dalla magnetica personalità e dal primato di indefettibile antichista, capace di estendersi anche alle passioni vestimentarie (acconciature, vesti, complementi) mediante il recupero dagli elementi della romanità, tanto da protrarsi -nelle soluzioni più demodé- fino alle soglie del settimo e ottavo decennio del XVI secolo.[4]
Insaciabile è la brama collezionistica. Di vastità incommensurabile, mai appagata. Come una furia divoratrice. E’ lo stesso Brown a indicare questa pista di lettura, dopo aver setacciato l’epistolario di Isabella, dimostrando come questo insaciabile morbo raggiungesse un livello quasi patologico. Dai documenti emerge infatti che Isabella fosse una donna assai diversa dalla figura stereotipata che talvolta si evince dalla storiografia, e di come la marchesa fosse assai volitiva, al limite della testardaggine; cortese entro i parametri dell’etichetta cortigiana, ma dura con i sottoposti che non accontentavano nei tempi dovuti le sue pressanti richieste. Un ritratto che la allontana dal cliché rarefatto che sostanzia la sua mitologia.
Strabilianti le sue collezioni di antichità: una formidabile raccolta di reliquie laiche, messe insieme dapprima per Honorare el mio studio, estendendosi poi ad altri ambienti (Castello di Giorgio, Palazzo Ducale), sistematizzando la suddivisione degli oggetti all’interno di tutte le unità abitative. Lo Studiolo era una sorta di studio-biblioteca, con tele di Mantegna, Perugino, Correggio, Lorenzo Costa (amatissimo, per saper incontrare il gusto di Isabella, specie per quella vibrazione sentimentale misurata e generica, poi confluita in quella fenomenologia degli affetti che musica e poesia andavano rivelando alle corti italiane),[5] la Grotta un gabinetto per le Collezioni d’arte, i Camarini uno spazio per la lettura e per la musica. Tutto contribuiva alla generazione delle “dottrine di legamenti spaziali e temporali”, assegnando a ciascun ambiente una specifica funzione, presiedendo alle sollecitazioni di tutti i sensi e glorificando il senso dei sensi: l’arte della memoria.
Non solo la vestizione delle stanze –dunque- ma l’armonizzazione delle stesse mediante regie millimetriche, per attivare processi di glorificazione di volta in volta pertinenti. Per tenere il passato davanti agli occhi, viverlo, celebrarlo, trarne exempla immarcescibili. Una costellazione di mondi, connessioni, evocazioni capaci -mediante la presenza fisica degli oggetti- di riattualizzare la sapienza degli antichi all’interno di spazi rammemoranti. La proliferazione del collezionismo, in quello che stava diventando il più grande spettacolo del mondo, costituisce l’antefatto –a parer mio- per la comprensione dell’Hermatena di Bocchi. Che avrebbe mutato il processo avviato da almeno un secolo; volgendo il materiale in immateriale.
Da una parte gli oggetti, per costruire parate di meraviglie, prima con i residui dell’antico e poi con quelli provenienti dal nuovo mondo, nei Gabinetti di curiosità e nelle arcinote Wunderkammern: non ancora abbastanza conosciute, fatta eccezione per gli studi pioneristici dell’indimenticabile Adalgisa Lugli (1983),[6] per quelli più recenti di Martina Mazzotta (2013),[7] o per le magistrali fotografie di Massimo Listri, che ne enfatizzano il portato scenografico.[8] Dall’altra, le meraviglie della conoscenza.
[1] La corrispondenza è sterminata e ammonta a circa ventottomila unità. A partire dal 2013 il gruppo di lavoro IDEA (Isabella d’Este Archive) diretto da Deanna Shemek dell’Università di Irvine (California) e da Roberta Piccinelli di Palazzo Te, in collaborazione con l’Archivio di Stato di Mantova e il Cineca di Bologna, ha realizzato una piattaforma contemplante la digitalizzazione di tutti i documenti. Per una ricognizione, C. M. Brown (with the collaboration of Anna Maria Lorenzoni), Isabella d’Este and Lorenzo da Pavia. Documents for the History of Art and Culture in Renaissance Mantua, Genève, Libraire Droz, 1982; A. Luzio, R. Renier, La coltura e le relazioni letterarie di Isabella d’Este Gonzaga, a cura di Simone Albonico, introduzione di Giovanni Agosti, Milano, Edizioni Sylvestre Bonnard, 2005.
[2] C. M. Brown, “Lo insaciabile desiderio nostro de cose antique”: New Documents on Isabella d’Este’s Collection of Antiquities, in Cultural Aspects of the Italian Renaissance. Essay in Honour of P. O. Kristeller, New York, 1976, pp. 324 sgg. Citato anche in C. Roberto Chiarlo, “Gli fragmenti dilla sancta antiquitate”: studi antiquari e produzione delle immagini da Ciriaco d’Ancona a Francesco Colonna, in Memoria dell’antico nell’arte italiana, Tomo primo, L’uso dei classici, a cura di Salvatore Settis, Torino, Einaudi, 1984, pp. 269-297; nota p. 311.
[3] Tra tutti, Isabella d’Este. La primadonna del Rinascimento, a cura di Daniele Bini, Modena, Il Bulino, 2001.
[4] P. Goretti, Il gusto del vestire nelle corti padane tra Cinque e Seicento, in L’infinita varietà del gusto. Filosofia, arte e storia di un’idea dal Medioevo all’età moderna, I Castelli di Yale, quaderni di filosofia, Padova, Il Poligrafo, 2010, pp. 51-64.
[5] S. L’Occaso, Costa: l’ultima stagione a Mantova, in Rinascimento a Ferrara. Ercole de’ Roberti e Lorenzo Costa, catalogo della mostra (Ferrara, Palazzo dei Diamanti, 18 febbraio – 19 giugno 2023), a cura di Vittorio Sgarbi e Michele Danieli, pp. 397- 405; la cit. è a p. 399.
[6] A.Lugli, Naturalia et mirabilia: il collezionismo enciclopedico nelle Wunderkammern d'Europa, a cura di Martina Mazzotta, introduzione di Roland Recht, Milano, Mazzotta, 2005.
[7] Wunderkammer: arte, natura, meraviglia ieri e oggi, catalogo della mostra (Milano, Gallerie d’Italia-Museo Poldi Pezzoli, 15 novembre 2013 – 2 marzo 2014), a cura di Lavinia Galli Michero, Martina Mazzotta, Milano, Skira-Mazzotta, 2013. Relatrice di questo convegno con Jonathan Allen, l’illustre studiosa ha generosamente presentato in anteprima mondiale la mostra sui tarocchi da lei curata: Tarot: Origins & Afterlives, a cura di Jonathan Allen, Martina Mazzotta, Bill Sherman, London, The Warburg Institute, 31 gennaio – 30 aprile 2025.
[8] Mirabilia estensi. Wunderkammer, catalogo della mostra (Ferrara, Palazzo dei Diamanti, 23 marzo – 21 luglio 2024), a cura di Pietro Di Natale, Fondazione Ferrara Arte Editore, 2024.

Isabella d'Este e Achille Bocchi
Isabella d'Este e Achille Bocchi
Dotto umanista, precocissimo cattedratico dello Studio bolognese prima come lettore di greco poi come docente di Humanitates, di poetica e retorica, biblista, ebraista, poeta, filologo, filosofo, ideatore del singolare palazzo di via Goito (1546) corredato in facciata dalle sibilline elegantissime iscrizioni ebraiche dai rari caratteri gemmati,[1] il progetto di Achille Bocchi (1488 - 1562) irradia una visione di tuttità.
Dapprima, con la costituzione dell’Hermatena (fusione di Hermes e Atena): sorta di accademia di marca neoplatonica animante la cultura cittadina per quasi un decennio. Un cenacolo di amici e sodales riunito attorno al fondatore per dar vita a conversazioni, dispute teologiche, discussioni, virtuose adunanze.[2] Tra i partecipanti, umanisti ortodossi o in odore di eresia (Leandro Alberti, Romolo Amaseo, Lisia Fileno); artisti (Bartolomeo Passerotti e Prospero Fontana: quest’ultimo, autore degli affreschi all’interno del Palazzo: fatto stravagantissimo, indicante lo statuto di autorevolezza maturato dai pittori); cariche ecclesiastiche (Paleotti), almeno in fase giovanile. Una Galleria di Uomini Illustri animata da una Galeria adunata del sapere.[3] E poi, con l’edizione delle Symbolicae quaestiones de universo genere quas serio ludebat libri quinque (1555), uno dei libri di emblemi più complessi di sempre (incisioni di Giulio Bonasone su disegni di Prospero Fontana) destinato a numerose riedizioni, e ad una selva di studi interpretativi tesi alla loro decifrazione (Angelini, Bianchi, Chines, Lugli, Rolet, e molti altri).[4]
Intensamente debitrici agli Emblemata di Andrea Alciato (Augusta, 1531) capofila di un intero genere letterario dilagante nei cenacoli eruditi,[5] con gli immancabili riferimenti all’Hypnerotomachia Poliphili di Francesco Colonna (Venezia, 1499) sintetizzante la vertigine del viaggio iniziatico guidato da Amore,[6] le Symbolicae sono una sorta di cattedrale “bizantina” costituita da 151 emblemi: ognuno dei quali composto da un titolo, una dedica, un epigramma latino o greco e un’illustrazione allegorica.
Non sempre il contenuto è chiaro, anzi. Il più delle volte le sentenze sono oracolari. Gran parte dei motivi iconografici presenti nel testo reca infatti l’impronta del simbolismo orientale, mediato dalla traduzione di Filippo Fasanini degli Hieroglyphica di Horapollo (dal greco al latino; il manoscritto greco rinvenuto nel 1419, stampato in latino da Aldo Manuzio nel 1505) e dagli Hieroglyphica di Pierio Valeriano.[7]
Proprio gli Hieroglyphica di Horapollo furono oggetto di un reperimento rocambolesco che contribuì alla creazione leggendaria di un sapere iniziatico. L’entusiastica accoglienza che venne riservata al testo, come la sua indiscussa autorità (immutata fino al 700) si deve alla particolare cognizione che dei geroglifici si aveva nel Rinascimento (anche Leon Battista Alberti incappa nell’errore), pensando all’esclusivo significato simbolico e ignorando del tutto quello fonetico e grammaticale. Il testo apparve cioè agli umanisti sotto una lente deformante, in sintonia con le fonti letterarie greche e latine, pagane e cristiane (Erodoto, Plotino, Plutarco, Diodoro Siculo, Apuleio, Macrobio, Porfirio, Proclo, Giamblico, Tacito, Ammiano Marcellino, Marziano Capella, Eusebio, Clemente Alessandrino, Psello, Giuseppe Flavio) che dell’Egitto vedevano solo il contenuto anagogico ed enigmatico. In poche parole, un occulto linguaggio ideografico carico di mistero. Si credeva di aver trovato le vestigia di un linguaggio divino, il cui lessico altro non era che uno Speculum contemplativo delle cose che sostanziano il mondo, ciascuna delle quali manifestata dal geroglifico, per sintesi pittorica e immaginale, nella coincidenza tra cosa nominata e segno raffigurato.[8]
La codificazione dell’intero impianto delle Symbolicae deriva dunque a Bocchi “dall’adesione al pensiero umanistico platonizzante, che individua nell’emblema, diretta filiazione del geroglifico, il segno destinato a nascondere verità e misteri che si renderanno penetrabili solo agli iniziati” (Lugli, 1982).[9] Ad esso si aggiungono motivi mistici, biblici, petrarcheschi, alessandrini.
Tutto il sapere degli antichi, tutte le fonti, tutti i legamenti. Teatro della memoria, rimembranza d’infinite dottrine, ammaestramenti; virtuose adunanze, notandissimi secreti. L’immenso geroglifico del mondo si disvela, nel sogno dell’antico metamorfosante.
[1] Per uno sguardo d’insieme, Palazzo Bocchi, a cura di Michele Danieli e Davide Ravaioli, con testi di Annarita Angelini e Romolo Dodi, fotografie di Alessandro Ruggeri, Bologna, Minerva Edizioni, 2006.
[2] Le virtuose adunanze: la cultura accademica tra XVI e XVIII secolo, a cura di Clizia Gurreri e Ilaria Bianchi, prefazione di Giulio Ferroni, introduzione di Gian Mario Anselmi, Avellino, Sinestesie, 2015.
[3] Ho già avuto modo di impiegare questa dicitura per un fortunato volume, insignito di uno speciale riconoscimento dal Club Unesco di Firenze (22 febbraio 2010). Galeria Adunata del Sapere, in Monumenta. I costumi di scena della Fondazione Cerratelli, a cura di Carlo Sisi, testi di Paola Goretti, Pier Marco De Santi, Bruna Niccoli, fotografie di Aurelio Amendola, Pisa, Pacini Editore, 2009, pp. 15-37.
[4] A.Angelini, Simboli e questioni: l'eterodossia culturale di Achille Bocchi e dell'Hermathena, Bologna, Pendragon, 2003; I. Bianchi, Iconografie accademiche: un percorso attraverso il cantiere editoriale delle Symbolicae quaestiones di Achille Bocchi, Bologna, Clueb, 2012. Soprattutto, Les Questions symboliques d'Achille Bocchi, traduit et édité par Anne Rolet, Tours, Presses universitaires François Rabelais-Rennes-Presses universitaires de Rennes, 2015, 2 voll.
[5] Affermato giurista conteso dalle maggiori università italiane e straniere per i fondamentali contributi sul diritto romano, la fama di Andrea Alciato (1492 – 1550) travalica i secoli con la singolarità di un’operina minore. La genesi dell’opera è lunga e oscilla all’interno di un decennio. Nella prefazione, l’autore confessa che era solito scrivere epigrammi e componimenti scherzosi nelle ore di festa, per svago e per diletto, forse non senza qualche ambizione poetica. Nel 1522 pubblica solo gli Epigrammi (e così nel 23) mentre nell’edizione del 1531 i componimenti sono accompagnati da vignette. La scelta di chiamare Emblemi gli Epigrammi si deve alla parentela retorica che associa i due termini, rimandando a ciò che si introduce per ornamento in un’altra cosa, come nell’intarsio, nel mosaico, nel ricamo delle vesti, nelle forme in rilievo. Dagli umanisti del tempo le due accezioni erano molto conosciute e l’autore le impiegò entrambe. A. Alciato, Il libro degli Emblemi. Secondo le edizioni del 1531 e del 1534, introduzione, traduzione e commento di Mino Gabriele, Milano, Adelphi, 2009.
[6] F. Colonna, Hypnerotomachia Poliphili (riproduzione dell’edizione aldina del 1499), a cura di Marco Ariani e Mino Gabriele, Milano, Adelphi, 1998, II voll.
[7] Nel 1422 il prete e mercante fiorentino Cristoforo De’ Buondelmonti portò a Firenze dall’isola greca di Andros, dove l’aveva acquistato nel 1419, un manoscritto cartaceo del XIV secolo contenente, oltre alla Vita di Apollonio di Tiana di Filostrato e agli Elementi di fisica di Proclo, gli Hieroglyphica di Horapollo, allora ritenuto remotissimo (oggi si sa che fu composto nel V secolo). Tradotto dal latino da Giorgio Valla a metà ‘400, il testo greco fu edito per la prima volta da Aldo Manuzio nel 1505, mentre la prima versione latina fu quella di Bernardino Trebazio, apparsa nel 1515 ad Augusta; traduzione che conobbe una grande diffusione e venne più volte ristampata nel corso del XVI secolo. Una seconda versione latina fu fatta –appunto- da Filippo Fasanini a Bologna nel 1517.
[8] A una simile lettura concorse anche la riscoperta delle Enneadi di Plotino, tradotte in latino da Marsilio Ficino nel 1486. Ficino glossava i passi dedicati alla sapienza egizia, notando che i sacerdoti -per comunicare i segreti divini- non impiegavano una scrittura a caratteri minuti, bensì figure intere di erbe, alberi, animali: non nella cognizione delle cose come “escogitazione molteplice”, ma come forma semplice e definita della cosa stessa, nel processo di generazione dell’intelletto a partire dall’Uno. Anche per Ficino un geroglifico condensa e racchiude figurativamente l’intera dimensione concettuale della cosa espressa, divenendo detentore di uno statuto proprio al mistico silenzio. Essi non vanno dunque né letti né pronunciati ma contemplati. Come fossero concrezioni meditative che conducono alla pura unità spirituale. Plotino, Enneadi, traduzione di Roberto Radice, saggio introduttivo, prefazioni e note di commento di Giovanni Reale, Milano, Mondadori, 2002.
[9] A. Lugli, Le "Symbolicae Quaestiones" di Achille Bocchi e la cultura dell'emblema in Emilia, in Le arti a Bologna e in Emilia dal XVI al XVII secolo, a cura di Andrea Emiliani, Bologna, Clueb, 1982, pp. 87-96, cit. p. 87.

Symbolicae quaestiones e simbolo Hermatena apposto sull'angolo dell'Accademia
Symbolicae quaestiones e simbolo Hermatena apposto sull'angolo dell'Accademia
Secondo Annarita Angelini –che all’Hermatena ha dedicato importanti contributi, anche per la sistematizzazione dell’entourage intellettuale dello studioso- il progetto di Bocchi (politico, culturale, interculturale) è triplice (per non dire quadruplice, o policentrico), si àncora all’interno della conciliazione degli opposti (esattamente come fa la mistica, il corsivo è mio) e insiste sulla Filologia Simbolica, votata a un sostanziale “indifferentismo dogmatico” dove autori, tradizioni, concezioni teologiche, specialismi e generi diversi -non sempre riconosciuti nell’ortodossia universitaria- coesistono sotto lo stesso tetto, in un vortice di relazioni interconnesse.[1]
Spazio di relazione, spazio sovralinguistico, spazio che insiste sulle fonti ma è preposto all’espansione. Cattedrale della memoria –soprattutto- che funge da contenimento a tutte le scuole filosofiche e religiose. Orizzonte sincretico capace di ricondurre a una specie di unità “alchemica” di verità incontrovertibili. Non un espediente della comunicazione o un’operazione di marketing retorico, ma un sigillo che mediante le strutture simboliche soggiacenti allude alle verità ultime, nelle radici di temporalità antecedenti (agnizione e riconoscimento), organizzandole poi in nuove spettacolari architetture; in perfetta sintonia con le visionarie utopie neoplatoniche ed ermetico-cabalistiche di Giulio Camillo (Teatro della Memoria) che vedevano la luce proprio negli anni delle Symbolicae (1550), materializzando il contenuto mnemonico attraverso procedimenti evocativi e catene iconologiche in anticipo persino sul genio di Warburg.[2]
Quando Bocchi si era avviato ad animare l’Accademia (già attiva dal 1543, a Palazzo Poggi), alle spalle aveva 37 anni di insegnamento universitario. Era stato allievo di valenti umanisti, considerati tra i capostipiti dell’umanesimo bolognese, tra cui Urceo Codro (1446-1500) e Filippo Beroaldo (1453-1505), cortigiano, poeta, politico, filologo, docente di Humanae litterae, compagno di strada di Romolo Amaseo (1464-1541), altro umanista.[3] Amico di figure scomode o vicine a movimenti ereticali tra cui Lisia Fileno (1500-1575 circa) e Marcantonio Flaminio (1498–1550), noto soprattutto per aver revisionato Il Beneficio di Cristo di fra’ Benedetto da Mantova: testo religioso tra i più controversi del Cinquecento italiano, molto vicino alle istanze della Riforma protestante e messo all’Indice dalla Chiesa (Carlo Ginzburg e Adriano Prosperi hanno dedicato esegesi accuratissime, setacciando un labirinto di ipotesi e controipotesi, dissezioni testuali e opzioni interpretative);[4] contemporaneamente, di alti prelati e alte sfere istituzionali tra cui il Cardinal Giovanni Poggi e Leandro Alberti. Ma anche di Ulisse Aldrovandi e Prospero Fontana, autore degli affreschi del Palazzo.
Aveva –insomma- chiamato a raccolta un ricco cenacolo di amici e Sodales, alcuni dei quali conosciuti all’interno delle aule universitarie, unificati da una comunione di intenti, e dalla convinzione di poter trovare nel linguaggio simbolico degli antichi la via di accesso a un sapere totale. Dentro all’istituzione, Bocchi aveva accettato la tradizione dell’aristotelismo. Fuori, si era messo più comodo, per dar vita a libere discussioni, più prossime alla Civil conversazione (1574, da Stefano Guazzo) che alla gerarchia.[5]
Nel suo Palazzo vorticava “in segreto”, proclamava l’unità dei saperi, dilatava la temporalità ordinaria convertendola, modificava la disciplina dell’ordinario richiedendo persino un cambio di identità (un nuovo nome, in codice). Sorretta da Ermes-Mercurio (agente di metamorfosi), e da Atena-Minerva (dea sapienziale), nelle sottese verità del matrimonio mistico tra il principio maschile e quello femminile,[6] l’identità del suo edificio anticipava di secoli quello di tante dimore alchemiche,[7] generando sofisticati spazi di correlazione interno/esterno secondo principi (sibillini anch’essi) sintetizzati dal motto “La metà è più della totalità”.
Il motto, che compare nell’immagine della Medietas del CXXVI emblema delle Symbolicae, alludeva alla libertà riconosciuta al sapiente di costruire da sé i processi della conoscenza, (come la Medietas: una figura femminile dotata di compasso), riassumendo così i termini di una riflessione sull’ordine del mondo, indipendenti dall’orizzonte fisico e da quello intellegibile, poiché sottomessi alla diànoia (conoscenza razionale discorsiva), ossia ai ritmi dell’essere (creazione/distruzione/ricreazione), sottoposti a costante investigazione e, simultaneamente, proiettati nel tutto e nelle parti.[8] I versi di Bocchi alludono dunque a un movimento orizzontale, a un itinerario conoscitivo che evolve dall’interno verso l’esterno -nell’alto delle verità universali, nel basso degli individui corporei- ed è sintomatico anche per sintetizzare plasticamente le attività dell’Accademia, soggette a incessante accrescimento e proliferazione.
Tutto era dunque una forma della sua mente. Vengono in mente le parole di d’Annunzio sull’opera d‘arte totale: Il Vittoriale degli Italiani. Nella chiosa del solenne documento testamentario (che Egli stesso chiama un mirabile saggio di arte notària, datato 22 dicembre 1923 e perfezionato il 7 settembre 1930) dove il Vate illustra l’atto di donazione della cittadella allo Stato italiano, dice: “Tutto è qui dunque una forma della mia mente, un aspetto della mia anima, una prova del mio fervore”. Romanzo di pietre vive, santuario, repositorio d’antiquaria sensoriale introdotto dal motto dei motti: Io ho quel che ho donato.[9]
Non sarebbe stato troppo lontano da Bocchi. Anzi. Impregnato com’era di classicismo, emblematica, blasoneria d’araldica (avrebbe voluto essere un Principe del Rinascimento), parentele deificate (Dante, Michelangelo), anche il Vittoriale sarebbe divenuto un progetto di ricapitolazione. Ispirato –naturalmente- da un sogno di tuttità.[10]
[1] A.Angelini, La Domus Academiae, in Palazzo Bocchi, op.cit., pp. 9-19.
[2] Rimando ai fondamentali F. A. Yates, L'’arte della memoria, Torino, Einaudi, 1972. L. Bolzoni, Il teatro della memoria: studi su Giulio Camillo, Padova, Liviana, c1984; L. Bolzoni, La stanza della memoria: modelli letterari e iconografici nell'età della stampa, Torino, Einaudi, 1995. G. Camillo, L'idea del theatro: con L'idea dell'eloquenza, il De transmutatione e altri testi inediti, a cura di Lina Bolzoni, Milano, Adelphi, 2015.
[3] E. Raimondi, Codro e l'umanesimo a Bologna, C. Zuffi, 1950. Anche, L. Chines, La parola degli antichi: umanesimo emiliano tra scuola e poesia, Roma, Carocci, 1998; B. Bianchini, Le Vite di Codro e Beroaldo, a cura di Andrea Severi e Giacomo Ventura, prefazione di Loredana Chines, Torino, Aragno, 2024.
[4]C. Ginzburg, A. Prosperi, Giochi di pazienza: un seminario sul Beneficio di Cristo, Torino, Einaudi, 1975.
[5] S. Guazzo, La civil conversazione, a cura di Amedeo Quondam, Roma, Bulzoni, 2010.
[6] Ancora una volta sull’armonia degli opposti che si irradia in ogni campo: anche corporale, nell’unità dello spirito e nel coronamento dell’esperienza meditativa tesa a produrre i frutti della gioia, nella relazione con il mondo e con gli altri, J. Vigne, Il matrimonio interiore in Oriente e Occidente, traduzione dal francese di Paolo Giunta e Roberto Darelli, Roma, La Lepre Edizioni, 2009.
[7] Tra le centinaia di Case-Museo traversanti tutte le epoche, uno spazio speciale meritano le Dimore Alchemiche/Dimore Filosofiche. Case-mandala, case-amuleto, case-talismano: affollate di infiniti geroglifici che disegnano itinerari di rammemorazione, raccoglimento, illuminazione. Tra gli esempi più spettacolari, il Castello di Sammezzano, la Rocchetta Mattei, la Scarzuola, la Casina delle Civette di villa Torlonia, Il Vittoriale degli Italiani: esilio dorato di Gabriele d’Annunzio dal 1921 al 1938: una delle più prodigiose e metamorfiche macchine sceniche mai costruite, interamente concepita del Poeta.
[8] A.Angelini, “La metà è più della totalità”. Enciclopedia e medietas del sapere (1550-1570), in Sciences et religions. De Copernic à Galilée (1540-1610), Actes du colloque international, Rome 12-14 décembre 1996, Rome, Ecole Française de Rome, 1999, pp. 31-45.
[9] Rimando al magnifico S. Maiolini, P. Paradisi, I motti di Gabriele d’Annunzio. Le fonti, la storia, i significati, introduzione di Giordano Bruno Guerri, saggio di Francesco Parisi, Cinisello Balsamo (Mi), SilvanaEditoriale, 2022.
[10] Per una sintesi, V. Raimondo, Cento anni di storia del Vittoriale degli Italiani. L’incantevole sogno, introduzione di Giordano Bruno Guerri, Cinisello Balsamo (Mi), SilvanaEditoriale, 2021.

Palazzo Bocchi - Bologna
Palazzo Bocchi - Bologna
Il collezionismo del Tempo
E’ la Sancta Antiquitate -in ultima istanza- il modello di Achille Bocchi e della sua Hermatena che vuole costituirsi come un atto di rammemorazione della conoscenza degli antichi per via simbolica e universale, dove la memoria si fa coscienza multifocale da irradiare in tutte le direzioni, dove il molteplice si fa unitario e rivela le verità ultime, dove l’Uno e il Tutto si riassorbono reciprocamente nella danza senza fine dei principi del divenire e dell’eternità. Per un umanesimo integrale.
Quello che l’Hermatena di allora colleziona è il Sapere. Al posto di denti di narvalo o sangue di drago, i granelli del tempo, i testi sapienziali provenienti dalle risacche più remote e dalle più remote ere geologiche: unici garanti di veridicità e autenticità. Essenze lontanissime capaci di scovare l’Unità perduta, all’interno di una ricomposizione dell’infranto disciplinata dal riscorrimento e dai processi dell’incorrutibilità: per individuare il rimosso, fare opera di escavazione, tutto rigenerare attualizzando.
Così, se questa costellazione è un atto politico, un manifesto dai mille contorni, integrazioni, possibilità, che si snoda attorno agli Universali, l’Hermatena di oggi (attiva da trent’anni) ne raccoglie l’eredità con analoghe intenzioni, nelle memorie del cosmo e della coscienza: che vengono da sempre e tornano al loro sempre.[1] Dosando la componente dell’erudizione, in favore della dimensione spirituale dell’Uomo Interiore.
Nella liturgia dell’ora che ritorna e con analoghi proponimenti, ho anch’io pennellato una minuscola cattedrale poetica -Alfabetiere Emotivo- che, recuperando l’illustre tradizione degli Alfabetieri del primo Novecento, o gli ispirati omaggi di Rimbaud al colore delle vocali (M’inventai il colore delle vocali! A nero, E bianco, I rosso, O blu, U verde. Di ogni consonante regolai la forma e il movimento e, con ritmi istintivi, mi vantai d’inventare un verbo poetico e accessibile, prima o poi, a tutti i sensi), unificasse l’antico, l’antichissimo e il contemporaneo, nell’esperienza dell’emotività.[2]
A metà tra un’antologia e un breviario di preghiere, l’Alfabetiere raccoglie infatti alcuni tra i brani più evocativi della letteratura di tutti i tempi, dove la Parola è un nutrimento dello Spirito. Borges, con il suo A Bao A Qu, animale plastico che assume tutte le forme entrando in risonanza solo con anime radianti, i luoghi immaginari di Gianni Guadalupi, il Piccolo Principe e Roberto Calasso, i lampeggiamenti di Jean Luc Nancy e quelli di Tagore, Cristina Campo e Mariangela Gualtieri, Alba Donati e la repubblica contadina, Clarice Lispector e il suo Istante it, San Francesco e la perfetta letizia, l’oro di Rilke e i beati di Maria Zambrano. E la luce assoluta di Ildegarda di Bingen: cuore del cuore di ogni irradiazione. Poi l’anima delle piante e quella degli animali, i germogli che sbocciano, i fiori nel campo, gli uccelli nel cielo. Il canto e l’incanto dell’impermanenza, il canto e l‘incanto dell’eternità.
Non una fredda pletora di sentenze, ma la loro gemmazione. Corrispondenze sensoriali, emotive e affettive: tra estetica e raccoglimento. Per intonazione amorosa, con grazia disadorna. Come il femminile che tutto congiunge, include, contiene. Dove la Parola è un Essere Vivente, una dea che danza, per slargo sentimentale.
Viene in soccorso il magistrale insegnamento di Raimon Panikkar, con quella –come lui la chiama- visione Cosmoteandrica, dove Umano-Divino-Natura sono interconnessi in modo inscindibile.[3] Ancora lui a insegnarci un vocabolo incantevole, che insiste sulla dimensione spazio/temporale a sua volta unificante: la Tempiternità:[4]
Vivere il presente non è escludere il tempo, ma includerlo nella sua pienezza, ad esempio sposare passato, presente e futuro, e abbracciare la pienezza del tempo, trascenderlo. Vivere “l’ora” non è un’esperienza temporale, non significa trascurare il passato e scappare dal futuro, ma entrare nella tempiternità.
Dall’erudizione alla Sapienza, dalla Filologia Simbolica all’intenzione Poetica. L’Hermatena di Bocchi resta un faro dell’Umanesimo Europeo, teso all’integrazione di mille dottrine, sincronicità, accavallamenti. L’Hermatena di oggi ne vorrebbe raccogliere l’eredità interculturale e multidimensionale: semplificando, riunificando, riconciliando. Nel sedimento della tradizione classica che si innerva nel sentimento della tempiternità. Nel divenire dell’amorosa sapienza, Immaginatrice, innamoratrice. Per un reincanto del mondo che ci parli ancora. Ancora, e ancora, e ancora...
Paola Goretti
[1] E. Laszlo, La Scienza e il Piano Akashico. Connessione e memoria nel cosmo e nella coscienza: una teoria integrale del tutto, traduzione di Marco Massigna, Milano, Feltrinelli, 2020.
[2] P. Goretti, Alfabetiere Emotivo, illustrazioni di Emma Dal Falco, Lucca, Cinquesensi, 2023. L’antologia contempla 28 brani per ogni vocale, onorando il numero 28: figlio della Dea Luna, dell’eterno femminino regale, del perpetuo rinnovamento vitale.
[3] Sorta di testamento dove si condensa la testimonianza radicale sull’inseparabilità tra Vita e Filosofia, si veda R. Panikkar, Il ritmo dell’Essere, introduzione di Romano Màdera, Milano, Jaka Book, 2023.
[4] R. Panikkar, L’acqua della goccia. Frammenti dai diari, Milano, Jaka Book, 2008, p.75.
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